Il nome di Lohengrin di Natalia Ginzburg

Il nome di Lohengrin Il nome di Lohengrin (Ricordi e delusioni al teatro dell'opera) Avendo un abbonamento all'opera, vado all'opera più volte nell'anno. Non capisco la musica: perciò non ascolto. Spesso dormo, oppure penso. Penso a tutte le opere che ho sentito nella mia vita. Non ascoltato: sentito. E forse anche «sentito» è troppo dire. Penso a- tutte le opere alle quali ho assistito, testimone inutile e perduto nei propri pensieri. Il teatro dell'opera, che frequento da tempo, e dove a lungo ho dormito e pensato, è un luogo assai familiare c quindi ospitale per me. Ogni volta mi propongo d'ascoltare: ogni volta decido che ascolterò. Ma dopo un poco la mia attenzione svanisce. Vi tono brevi istanti nei quali, involontariamente e quasi distrattamente, ascolto: e in quei brevi istanti, godo i suoni. La meraviglia d'avere ascoltato è così grande, che mi perdo nel suo mare: ed eccomi di nuovo assente. Non seguo le storie delle opere. Non leggo mai i libretti a casa; e là, di quelle vicende che si snodano e s'aggrovigliano fra canti e musiche, non capisco nulla, non me ne importa nulla e anzi le odio. Pur avendo assistito a molte opere, ogni volta mi chiedo se devo ascoltare o guardare. Nell'incertezza, non faccio nessuna delle due cose. Ho sempre la sensazione, riguardo alla musica, che avrei potuto amarla e m'è sfuggita per un tragico errore.'Ho a volte la sensazione che forse amo la musica e la musica non mi ama. Si trovava forse a un passo da me, e io non ho saputo o lei non ha voluto traversare quel breve cerchio di spazio. Quando ero più giovane, pensavo che a un certo punto avrei capito la musica. Quando ero ancora più giovane, cioè bambina, credevo che sarei diventata una pianista o una violinista prodigio. A un pubblico estasiato, avrei suonato sinfonie e opere composte da me. La prima opera di cui ebbi notizia nella mia vita, fu il Lohengrin. Me ne parlò mia madre; ed è stata l'unica; epe'ra la cui storia m'abbia commosso. Provai e provo ancora per la storditaggine commessa da Elsa un fortissimo dispiacere. Non chiedere niente era così facile. Sono quelle cose di cui non ci si consola mai, come, avendo letto Guerra e pace, non ci si consola mai che Natascia abbandoni il principe Andrej per fuggire con quello stupido di Anatol. Riguardo alla vicenda di Elsa nel Lohengrin, rodendomi di rabbia pensavo, da bambina, che io mai avrei dato retta alla cattiva Ortruda, mai avrei chiesto a Lohengrin il suo nome. Mi stupivo che un nome potesse destare tanta curiosità (trascuravo il fatto che in me non destava curiosità semplicemente perché io già lo sapevo). Le parole di Lohengrin a Elsa, «Mai devi domandarmi*, ancora oggi non posso udirle o sillabarle in me senza un brivido nella schiena. Esse vibrarono per me nell'infanzia del presagio che sarebbero state inutili; suonarono come un comando straziante perché conscio che non sarebbe stato obbedito, carico dell'annuncio d'una catastrofe che avrebbe separato quei due esseri, e di fronte alla quale il ritorno del fratello era una ben magra consolazione per Elsa e per tutti. <Mai devi domandarmi né a palesar tentarmi - ond'io ne venni a te - e il nome mìo qual è ». La sciocca Elsa invece volle sapere come si chiamasse lui. Pensavo come aveva dovuto rimaner male dinanzi alla deludente rivelazione (« Mio padre Parsifal in esso regna - lo son Lohengrin suo figlio e cavaIter»), dopo la quale s'erano scatenati disastri. Usavo ricostruire la storia dei due a modo mio. Elsa non chiedeva nulla e vivevano felicissimi Oppure lui, Lohengrin, rimaneva con lei nonostante lei gli avesse disobbedito. Perché a un certo punto il fatto che lui se ne andasse per così poco, mi apparve forse ancora più imbecille dell'insensatezza di lei. Tuttavia capii a un tratto che, con un finale felice, quella storia crollava a terra, ne spariva ogni fuoco. 11 segreto della tua grandezza vampeg¬ giava nell'errore e nell'irrevocabilità dell'errore. Era una verità elementare, ma ne rimasi trasecolate, e l'istante in cui ne presi coscienza è stampato nella mia memoria, avendo io allora per la prima volta nella, vita intraveduto una superiorità della sventura sulla felicità. Quando andai a vedere il Lohengrin a teatro, rimasi delusa. Trovai che il cigno era piccolo, una specie di oca, Lohengrin vecchiotto e imbruttito da un elmo troppo grosso, Elsa bassa e vecchiotta e con due code gialle, per niente simile alla alata creatura che soggiornava nella mia immaginazione. Dissi a mia madre che non mi pia-, ceva l'opera a teatro perché la musica copriva le parole. Preferivo quelle parole nella voce di mia madre. In realtà quelle parole non le riconoscevo a teatro non solo a causa della musica, ma anche perché inghiottite dai gorgheggi e dai trilli. Le trecce d'oro di Elsa e le trecce nere di Ortruda continuarono a vivere in me per mio uso domestico, e persi la speranza di ritrovarle mai a teatro. E' possibile che, all'origine del mio scarso interesse per le opere, vi sia quella antichissima delusione. Più tardi, mio marito mi disse che il Lohengrin è una grande opera ma non fra le più grandi. Non gli credetti. Conservo la persuasione che sia l'opera più grande di Wagner. Le parole e Mai devi domandarmi », che mia madre cantava bevendo il caffè al mattino, hanno il magico potere di riportarmi ai felici mattini della mia infanzia e a mia madre. Sono sempre vissuta con persone che amavano la musica e la capivano. Prima mia madre, e mio marito-più tard«. L'uno e l'altra sempre mi sollecitarono ad andare ai concerti, alle opere, spiegandomi che non c'era in realtà niente da capire, che bastava ascoltare, jclie la mia sordità, alla musica era solo pigrizia. Cosi sono andata sempre a opere e concerti, ma ogni volta scoprivo che quel semplice atto di ascoltare mi era negato. La musica è per me un universo ignoto. Una sera all'opera, c'era un cantante che aveva nella - voce qualcosa di roco. Trovavo la sua voce piena di fascino. A un tratto sentii dei fischi e calò il sipario. Gli altri, quelli che capivano, avevano giudicato che quel cantante cantava male. Lui poi sbucò fuo¬ ri dal sipario e chiese scusa. Lo ricordo, grasso, piccolo, umiliato, a testa bassa. Tutti allora applaudirono. Io applaudii più forte che potevo, sia perché lo trovavo pietoso, mite e umile, sia perché la sua voce rauca a me che ignoro la musica era sembrata assai dolce. Nel corso della mia vita, ho amato alcune arie di alcune opere. Quando c'è il Don Carlos, aspetto il momento in cui sentirò cantare « Sotto la volta nera». Questo momento è per me sempre troppo breve. « Dormirò sol nel letto mio regal - quando la mia giornata è giunta a sera - Dormirò sol sotto la volta nera - là nell'avello deU'Escurial ». Amo quest'aria al punto che un giorno, comprando del dentifricio, sentii un brivido di emozione e solo dopo qualche istante capii che la marca di quel dentifricio^ « Arobal », m'aveva evocato « l'Escurial » e « la volta nera »-. Non so se amo, in quell'aria, l'immagine, la musica, o le parole. La situazione psicologica che conduce a quell'aria la percepisco in modo confuso e mi è indifferente. Prima e dopo quell'aria, il Don Carlos è per me un vano frastuono. All'opera, spero sempre di poter mietere qualche aria, da ricordare e da amare. Ma, nella massima parte delle opere, non trovo niente che mi sia destinato. Deserte di arie, popolate di alabarde e di elmi, piene di rocce di cartone immerse in luci spettrali, piene di frastuono e di urla, le opere a cui assisto non hanno alcun significato per me. Mi si chiederà, a questo punto, perché mai ho un abbonamento all'opera. Non lo so. Ormai so che la musica è per me definitivamente perduta. Così sono sempre stupita e perplessa per la mia inferiorità rispetto agli altri, perché l'intero teatro sembra ascoltare quei fragori e quelle urla e contemplare quelle rocce spettrali e intendere il loro linguaggio. Essi per mr tacciono, io quasi sempre sono fuori gioco. Ma penso che per l'altra gente, forse, tutte le opere sono come per me « la volta nera », o come, nelle Nozze di Figaro, « Lei resti servita, madama brillante », aria che amo, che porto con me a casa e che ripeto all'infinito, e che quando bevo l'acqua brillante spira nella mia memoria e mi dà un bri| vido, un brivido di allegria e di freddo che è, forse, l'amore della musica in me. Natalia Ginzburg

Persone citate: Figaro, Parsifal