«Quei giudici favorivano i camorristi» di Fulvio Milone

7 Alcuni avvisi di garanzia sarebbero già stati emessi dalla Procura generale di Salerno «Quei giudici favorivano i camorristi» Al Csm il dossier sui magistrati accusati da un pentito NAPOLI. I pentiti di Napoli sono ormai un fiume in piena, con le loro confessioni stanno travolgendo partiti e istituzioni, rivelando intrecci sempre più sconvolgenti con la malavita organizzata. Parlano i camorristi di rango come Pasquale Galasso, mente finanziaria del clan di Carmine Alfieri, il padrino più ricco d'Italia. L'inchiesta scaturita dalle sue dichiarazioni sta mettendo a nudo un groviglio stupefacente di connivenze tra pubblici poteri e bande criminali. Nell'indagine per la quale i de Gava, Cirino Pomicino, Alfredo Vito, Vincenzo Meo e il socialista Raffaele Mastrantuono sono indiziati di concorso in associazione a delinquere, spuntano altri personaggi insospettabili. Sotto inchiesta sono finiti sette magistrati che nella metà degli Anni Ottanta lavoravano nel palazzo di giustizia di Napoli. La procura della repubblica di Salerno avrebbe già emesso alcuni avvisi di garanzia, nei quali si ipotizzano gravissime collusioni con la camorra che negli ultimi dieci anni ha dettato legge in Campania. Il Csm si occupa di loro a partire da oggi. Tutti i giudici inquisiti, all'epoca dei fatti, occupavano posti chiave sia nella procura della repubblica che nei collegi giudicanti. Il clan di Carmine Alfieri si sarebbe servito di loro allo scopo di ottenere sentenze di favore per gravissimi fatti di san- gue ma anche per ricevere informazioni preziose su accertamenti che avrebbero dovuto rimanere rigorosamente segreti. Voci non confermate riguardano anche il presunto coinvolgimento nelle attività della banda di Alfieri di altri esponenti politici, funzionari di polizia e di ministeri. E mentre le notizie incontrollate hanno continuato ad accavallarsi per tutta la giornata di ieri, l'Associazione nazionale dei magistrati ha diffuso un comunicato: «I giudici - è scritto lavorano per garantire il primncipio della legalità e dell'eguaglianza di tutti i cittadini senza zone franche per chi sia investito di delicate funzioni economiche, politiche o istituzionali (imprenditori, parlamentari, magistrati)». Le confessioni del braccio destro di Carmine Alfieri hanno aperto un'infinità di spunti di indagine. Il pentito ha parlato dei rapporti con i big della de e del psi, che avrebbero fatto affari con il clan a partire dal terremoto dell'80. Per anni malavita e insospettàbili uomini politici si sarebbero divisi i miliardi ricavati dalle tangenti e dall'affidamento degli appalti per la costruzione di opere faraoniche come superstrade, centri commerciali, villaggi residenziali. Poi c'è il capitolo dedicato agli omicidi: Galasso se ne attribuisce almeno trenta, in qualità di mandante o di killer. Alcuni fatti di sangue, ha detto, sono staticatalogati a torto dalla polizia come delitti di camorra. «Erano omicidi politici - ha spiegato il pentito -, compiuti perché le vittime davano fastidio con la loro attività moralizzatrice». Per questo motivo, avrebbe rivelato Galasso, fu ucciso Marcello Torre, sindaco democristiano di Pagani, un Comune del Salernitano. Il vice di Carmine Alfieri Ha parlato anche del rapimento da parte delle br dell'ex assessore regionale de Ciro Cirillo. Ha spiegato che l'accordo tra l'organizzazione criminale e i big della politica sarebbe stato stipulato proprio allora. «Prima e durante il sequestro - ha fatto capire Galasso - gli equilibri erano diversi: chi godeva degli appoggi più influenti era un nostro rivale, Raffaele Cutolo». Ma l'inchiesta sul clan Alfieri non è l'unica bomba esplosa a Napoli. C'è un'altra indagione che riguarda un giro di tangenti e una serie infinita licenze concesse a un gruppo di camorristi per aprire le discariche in Campania. Un politico arrestato per corruzione, Raffaele Perrone Capano, cavallo di razza del pli napoletano ed ex assessore provinciale all'ambiente, ha alzato il ti¬ ro. «E' vero - ha confessato -. Prendevo i soldi dei camorristi per l'affare delle discariche. Sono stato io a dare le concessioni alle ditte. Ricevevo dieci milioni la settimana da un certo Cannavaie, un faccendiere ligure. Io sapevo che Cannavate aveva dato soldi anche a Renato Altissimo, il mio ex segretario». Altissimo è stato raggiunto ieri da un avviso di garanzia per corruzione. Un secondo pentito, Ermanno Pelella, ha chiamato in causa un altro big del partito liberale: Francesco de Lorenzo. Fulvio Milone Collusioni in processi contro boss del crimine? L'ex segretario del partito liberale Renato Altissimo (a destra) e l'ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, (qui a fianco)

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