«Basta con i polìtici di mestiere»

«Basta con i polìtici di mestiere» «A governare sia chiamato chi è già affermato in una professione, e poi torni a svolgerla» «Basta con i polìtici di mestiere» Berlusconi: l'alternanza cura la corruzione SUA EMITTENZA E LE CRISI DELL'ITALIA ARCORE EL mese scorso Publitalia, la mia concessionaria di pubblicità, ha fatturato il dieci per cento in più del gennaio '92. Come mai? Semplice: i venditori hanno deciso, tutti insieme, di andare al lavoro mezz'ora prima ogni mattina, chiamare o visitare ogni giorno un terzo di clienti in più del solito, e lavorare anche al sabato. Tirarsi su le maniche, insomma. E in un momento come questo abbiamo lanciato Noi, un nuovo periodico destinato alle famiglie giovani, metropolitane, consumatrici di fascia medio alta: è stato un grande successo». Benvenuti nel quartier generale dell'Anticrisi. La grande villa è silenziosa, immersa in un parco curatissimo. Nel «salone dei bottoni», maestri del '500 e del '600 alle pareti, vetrine di argenti e porcellane, libri, riviste. Sul divano, un signore in scarpe da ginnastica, pantaloni da jogging e felpa blu notte. In un angolo, un televisore a grande schermo: «Se sono ottimista? Certo che lo sono, e ne ho ben ragione», dice. «E poi gli imprenditori, quelli veri, sono condannati ad essere ottimisti». Siamo ad Arcore, in provincia di Milano, nel cuore della Brian za. Profondo Nord. A casa di Silvio Berlusconi. A casa di un personaggio che fa contraddizione, amatissimo o detestato. Che auspica la scomparsa dei «politici di carriera». Che non rinnega l'amicizia con Craxi ma smentisce di averne avuto sostegni interessati. Che afferma di essere uscito dal settore delle opere pubbliche per non pagare tangenti, ma considera le tangenti connaturate al sistema degli appalti di Stato. Allora, dottor Berlusconi: sarà soddisfatto. Negli Stati Uniti c'è la ripresa produttiva. In Italia l'inflazione sta scendendo, il costo del denaro pure. Lei già sei mesi fa si diceva ottimista. Le viene voglia di dire: avevo ragione? «No, iioii è questq che, m'interessa. Io dico però che, esaminando razionalmente una situazione, non si possono non vedere le difficoltà, e nei mesi passati ne abbiamo attraversate di gravi. Ma pur vedendo i sintomi della.crisi, la mia conclusione era e tanto più è oggi, che non stiamo così male come si potrebbe credere. La produzione italiana non è diminuita nel '92 e non diminuirà quest'anno. Ed anche se si fermasse a zero, non sarebbe un dramma, visto il livello di benessere raggiunto, il più alto che mai». Non teme la recessione? «Guardi, la Turchia nel '92 è cresciuta del 5%, la Svezia è rimasta a crescita zero: dove pensa che si stia meglio?», Se tutto va bene, che bisogno c'è di tanto ottimismo? «Per un imprenditore ottimismo significa aggredire le difficoltà, credere in se stessi. E se ti prende lo sconforto, non devi mostrarlo a chi lavora con te, ai tuoi clienti, al mercato: devi portare un messag gio di fiducia, ritrovare il sorriso. Altrimenti non sei un vero leader, e chi non è leader non è un im prenditore completo». Eppure c'è l'allarme occupa zumale... «Guardi, sto partendo per il mio primo giro d'Italia del '93. L'anno scorso ne ho fatti tre. In queste occasioni incontro migliaia di imprenditori che guidano aziende sane, che continuano a investire, a innovare... Il mio gruppo opera nella grande distribuzione, nei prodotti finanziari, nell'editoria, nella televisione: conosco da dentro l'economia reale del Paese, e so che va meglio di quanto si creda». Non negherà che ci sono settori in crisi nera... «L'edilizia ed il suo indotto, bloccati dagli sconquassi di Tangentopoli. Poi ci cono settori che hanno goduto di protezione nei confronti della concorrenza internazionale e che forse anche per questo sono divenuti inefficienti: l'elettronica, ad esempio. Anche se un'azienda ben gestita come l'Ibm Semea continua a fare utili. Altri settori possono essere in fase negativa: ma il saldo finale, quel che conta, resta positivo». In America i sintomi della ripresa sono venuti insieme alle attese del rinnovamento politico. Anche da noi sarà così? «Io spero di sì. Questi cambiamenti che si annunciano nella sfera politica potrebbero indurre un rinnovamento anche nel mondo delle imprese: dirigenti più giovani, con energie fresche da dedicare al lavoro. Sì, il rinnovamento politico può essere uno stimolo...». Ma come, anche lei è favorevole al rinnovamento politico? Ma non era lei il pupillo del regime del Caf, Craxi-An- dreotti-Forlani? Berlusconi cambia espressione. Siamo al punto dolente. Per anni ha parlato poco o niente di politica. Per anni lui non si pronunciava, se non per ribadire, sorriso sulle labbra, che il suo gruppo cresceva e guadagnava. E molti hanno pensato che del vecchio regime fosse contemporaneamente un essenziale sostenitore e un importante beneficiario. «Intanto non mi piace sentir parlare di regime: viviamo in un Paese libero, tollerante, pluralista: i regimi sono altra cosa. E quanto ai benefici goduti, va sottolineato che il nostro settore d'attività era totalmente monopolizzato dal colosso Bai. La de, gli altri partiti della maggioranza ed anche l'opposizione ci hanno sempre considerato nemici. La Rai era ed è considerata dai partiti come una loro riserva e la Rai ha fatto di tutto per buttarci fuori dal mercato, con una politica di spese e di sconti senza limiti, portando l'azienda al passivo, affogandola nei debiti, facendo di tutto pur di stroncarci...». Non vorrà dirci che neanche Craxi l'ha aiutata... «Craxi non ci ha sostenuto per vicinanze personali. Ha creduto più degli altri nel ruolo della televisione commerciale in Italia». Che ruolo? «Noi siamo stati il maggiore elemento di innovazione del mercato. Prima di noi, nella pubblicità, c'era un vero e proprio blocco commerciale attorno ai vecchi Caroselli. Noi abbiamo cambiato, anzi reinventato la pubblicità in Italia con le nostre televisioni, abbiamo aperto una strada nuo- va ai consumi, abbiamo dato una formidabile spinta allo sviluppo ed all'occupazione». Torniamo a Craxi: cosa ne pensa? «Penso a Craxi come a chi ha avuto un ruolo importante nel tenere questo Paese nell'area occidentale. Se al suo posto un altro leader socialista avesse scelto l'alternativa di sinistra, l'Italia sarebbe diventata un Paese dell'Est. Questo gli va riconosciuto. E poi, come uomo di governo ha dato ottime prove». D'accordo, ma quanto gli deve? «Quel che gli devo io, glielo deve l'intera industria italiana, ed è di aver capito, pur controllando col suo partito una rete della Rai, che l'Italia aveva bisogno della televisione commerciale come di un elemento liberatore delle risorse economiche altrimenti gravemente compresse dal monopolio della Rai, come tonico per l'economia, come fattore di incremen¬ to della qualità della vita e del pluralismo nell'informazione». Dunque l'ha aiutata... «Lei lo chiamerebbe aiuto la legge Mammì?». Perché, la contesta ancorai «Contesto che ci sia stata favorevole: è stata pensata ed approvata allo scopo di bloccarci, peggio, di farci arretrare- Un'infinità di limiti eccessivi, via il Giornale di Montanelli, addio al gruppo Espresso-Repubblica, niente pay-tv...». Non esageri: diciamo che le ha tagliato le unghie... «Altro che le unghie: le ali. E ci ha messo in un angolo, costringendoci a concentrarci in una resistenza disperata per non scomparire e distraendoci dallo sviluppo verso l'Europa, togliendoci forze e risorse. Nessuna legge, mai, nella storia della Repubblica ha penalizzato così tanto un gruppo imprenditoriale. Per non parlare delle leggi e degli interventi che invece altri gruppi industriali hanno ottenuto per proteggersi dalla concorrenza internazionale, per lucrare commesse dagli enti di Stato, per fruire della cassa integrazione, dei prepensionamenti...». Sarà contento, allora, che oggi quel regime vacilli sotto i colpi di Mani Pulite. «Guardi: dentro ogni democrazia c'è un certo grado di corruzione. Le tangenti sono connaturate al sistema delle opere pubbliche. Per quanto mi riguarda, l'ho capito 22 anni fa. Da allora non ho più lavorato nel settore delle opere pubbliche». Ma se le tangenti sono la norma, come curarle? «Un modo è certamente il ricambio delle classi dirigenti, l'alternanza al potere. Ma in Italia fino a ieri era impraticabile: alternanza significava dare il potere ai comunisti. Ora, però, il comunismo è caduto, sono cadute le ideologie ed hanno dato il via anche al declino in tutta Europa dei partiti socialisti. Nel futuro, perciò, intravedo il confronto e lo scontro della persistente cultura statalista e dirigista con quella del liberismo. E mi auguro, naturalmente, che prevalga quest'ultima». Cos'è, una candidatura alla guida di un partito degli imprenditori? ((Assolutamente no. Credo che tutti gli imprenditori, quelli veri, sarebbero felicissimi di non interessarsi di politica e concentrarsi sulle loro aziende. Ma quando la politica ostacola lo sviluppo, gli imprenditori devono preoccuparsi». E quale sistema politico piace ad un imprenditore come lei? «Un sistema in cui una solida maggioranza governi e un'opposizione costruttiva la controlli, entrambe consapevoli che l'alternanza sia una possibilità concreta: non sarebbe un toccasana, ma certamente il metodo migliore per ridurre corruzione e malgoverno». Ma come immagina la classe politica di domani? «Non mi piace immaginare una classe politica. E' questo il punto: sarebbe auspicabile che la carriera politica non esistesse più, almeno come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi. Il nuovo sistema elettorale dovrebbe creare condi¬ zioni che non consentano il formarsi di una casta politica, composta da professionisti della politica, da politici di professione. A governare dovrebbe essere chiamato chi, essendo affermato in una professione, dopo aver governato possa tornare a svolgerla come prima. Una situazione in cui ci sia un collegamento più stretto tra gli eletti e gli interessi reali della gente, gli interessi locali». Parla di localismo? E' musica per le orecchie di Bossi... Lei non crede che la Lega sia pericolosa? «Perché pericolosa? A parte alcune sortite paradossali, ormai rientrate, come quella sulla divisione dell'Italia, provocazioni certo antistoriche, anche dietro la Lega c'è l'idea di una politica intesa come pragmatica ed efficiente gestione della cosa pubblica da parte di chi, essendo protagonista nella vita del lavoro, crede di poter dare un contributo qualificato in un'attività di governo. Il problema sarà trovare uomini nuovi e capaci da chiamare alla politica dal mondo delle imprese, delle professioni, dell'università». Giuliano Amato sarà tra questi uomini? «Io dico di sì. Lo conosco da tempo. E' persona corretta, viene dal l'insegnamento universitario, unisce una profonda preparazione teorica ad un pragmatismo e ad un'efficienza di tipo manageriale. Sarebbe un ottimo manager di statura internazionale». Lei invece giura che non vuol darsi alla politica. Vuol fare ancora l'imprenditore. Ma perché, cos'altro desidera? «Io conduco una vita stressante, con ritmi di lavoro esagerati, in mezzo a mille problemi. Ma ho soddisfazioni morali importanti, che mi fanno pensare che ne valga la pena». Non le viene mai voglia di oziare, di lasciar perdere tutto, starsene un po' a casa con i figli? «Qualche volta sì, mi piacerebbe davvero farmi da parte, lasciare che gli altri se la cavino da soli. Mi viene in mente Ungaretti: "Lasciatemi così, come una cosa posata in un angolo e dimenticata". Per due o tre giorni, naturalmente. Non di più». Sua Emittenza, il cavaliere, si alza, s'avvia ad una cena in famiglia. Fuori, si è fatto buio. Per le sue televisioni è «prime-time». Sergio Luciano «In economia non va male come si crede, ma certo bisogna rimboccarsi le maniche come abbiamo fatto noi» «Craxi non ha aiutato me ma il Paese, ha capito che la tv commerciale liberava nuove risorse» Nella foto grande Silvio Berlusconi. Qui a fianco Umberto Bossi Sotto, Bill Clinton e Giulio Andreotti