Partì dal Faraggiana per arrivare in tivù

Partì dal Faraggiana per arrivare in tivù NOVARESE BERI E OGGI Partì dal Faraggiana per arrivare in tivù N attore vero, impegnato, sensibile, senza spocchia accademica ma severo autodidatta. Tale potrebbe essere, in sintesi, il profilo del novarese Giuseppe Fortis (1926-1993), un uomo di teatro che, giovanissimo, non tardò ad affermarsi nelle filodrammatiche cittadine con Renzo Salsa, Silvia Vesce, Daria Monina. E proprio Daria Monina, con compiaciuta malizia, diceva di lui: «Bravo com'è, gli mancherebbe solo di essere bello per farci crepare d'invidia». Il Giuseppe infatti non era un Adone: aveva il viso spigoloso, occhi troppo grandi e staccati da un naso che si faceva notare. Ma l'intonazione della sua voce, chiara e profonda, con suadenti accenti baritonali, era inconfondibile. Non tardarono ad accorgesene Streheler e gli altri mostri sacri del teatro italiano quali Giulio Donadio, Salvo Randone, Paola Borboni che lo vollero in compagnia. Un giorno spedisce agli amici novaresi una cartolina da Parigi: ai suoi saluti unisce quelli di Gino Cervi, protagonista del «Cirano». Giuseppe Fortis inizia così una carriera che lo porterà a interpretare centinaia di personaggi in teatro, ma anche nel cinema e alla televisione. Sempre con accompagnato dal suo nasone e dalla voce pastosa. Vive ormai a Roma quando il regista Elio Petri gli affida la parte dell'industriale cattivo nel film «La classe operaia va in Paradi¬ so», antagonista di Gian Maria Volontà, fresatore amputato e cottimista pentito. E' in quel periodo che la televisione, all'epoca della fortuna dei romanzi sceneggiati, si interessa di lui affidandogli decine di ruoli, spesso in costume, che richiedono una particolare caratterizzazione: ceffi da cattivo, smorfie da piagnone. Mai un brillante amoroso. Fortis dà il meglio di sè. Consapevole di svolgere un ruolo che richiede comunque studio e attenzione. Fortis si adatta al piccolo schermo. Ma la sua passione autentica resta il palcoscenico, il contatto diretto col pubblico che quando applaude esalta l'attore: «Una magia che seduce, forse una trama di complicità, un sentimento liberatorio che per me - confidava agli amici che incontrava d'estate a Pettenasco - ha sempre sprigionato grande emozione, sia quando recitavo al Faraggiana con i miei compagni novaresi, sia nei teatri di Roma e Milano». Ora viveva a Tivoli: lavorava per il doppiaggio e la sua voce arrivava a noi abbellita dal gesto e dall'aspetto dell'attore che appariva sullo schermo. Una voce da ascoltare come musica, una dizione limpida non priva, ogni tanto, di vocali un po' allargate, retaggio di novaresità. Incancellabile. Come il ricordo di un personaggio che ha saputo, con discrezione, entrare nel cuore della gente. Romolo Barisonzo