Martinoli il borghese in officina
Morto a 95 anni il fondatore del Censis, padre delle indagini sociali in Italia Morto a 95 anni il fondatore del Censis, padre delle indagini sociali in Italia Martinoli, il borghese in officina Dcdl'Olivetti di Adriano al Paese tradotto in cifre sulHISSA' che pensava quanI 'do scalava > tremila, lui alI pinista e sociologo, anima I i libera e indagatrice. In bas-MJso, laggiù, le pietre da cui nasce la via per inerpicarsi, lassù la neve e il sole. Più in basso, il nostro passato e in alto il nostro futuro. E in mezzo? In mezzo lui, Gino Martinoli, morto il giorno di Natale a Ivrea, a 95 anni. Figlio di scienziato e fratello di scrittrice, inventore e presidente del Censis (Centro Studi e Investimenti sociali), geniale amministratore di società, borghese e umile, beffardo eppure più rispettoso di qualsiasi animo irriverente, Martinoli a più di novant'anni si divertiva a raccontare il proprio animo operaio, la mancata emigrazione in Argentina, la famiglia e i suoi segreti per poi avvertirci: il domani è questo. Belli, quei segreti, fìnti segreti: Un secolo da non dimenticare è il libro pubblicato da Mondadori pochi mesi fa, raccolta di riflessioni e fantasie con un mancato gemello che, guarda caso, si chiama Candide. Ed è Candido questo signore che attraversa di sbieco (e non sempre) il suo presente, la guerra e la ripresa, la ricostruzione industriale e le spallate del mondo sociale. Ingegner Gino Martinoli, curriculum. E' figlio di Giuseppe Levi, il docente universitario che alleva studenti che si chiamano Rita Levi Montatemi, Luna, Dulbecco, premi Nobel. Sua sorella è Natalia Ginzburg, che parla a lungo di lui, del fratello Gino, in quell'affresco che è Lessico famigliare. Attraverso un complesso meccanismo burocratico, Gino riesce a difendersi dalle leggi razziali assumendo il cognome di uno zio, Martinelli, che è poi trascritto Martino)i e poi mutato in Martinoli, soltanto perché una famiglia Martinoli mal si era presentata in tv. Bella e ricca famiglia. Bella storia e begli amici. E, nel gioco dei bambini Levi, guarda caso, Gino «è un minerale», laddove la scelta è fra mmerali, vegetali e animali. Anni 20. Gino, laureato in ingegneria, decide di emigrare per l'Argentina e va a chiedere consiglio al papà del suo amico Adriano Olivetti. Che gli risponde: «Che ci vai a fare nelle pampas se non sai fare l'operaio?». Rimane. E rimane all'Olivetti. Un borghese in officina, quattro mesi a tornire e fresare, poi, un giorno, una convocazione in direzione per tradurre una lettera dal tedesco. Da quel momento, sono ventitré anni di Olivetti. Ma l'ingegner Gino Martinoli, che mai più per coerenza cambierà quel cognome, si ritrova a vivere tra amici intellettuali e imprenditori - un'avventura industriale e sociale dai grandi risvolti: eccolo alla Necchi, quella delle macchine per cucire, dove porta innovazioni, dove introduce un coraggioso principio di linea di montaggio. Poi all'Agip di Latina, e alla Svimez per organizzare la riqualificazione professionale. Quindi, il giro di volta. Basta con le aziende. Con Giuseppe De Rita e Pietro Longo fonda il Censis, il Centro di ricerche che si prefigge di leggere l'Italia «quando si è in tempo», ma sempre con l'occhio avanti. E' il 1964: «Versammo centomila lire a testa e non era poco», ci racconterà poi. E, ancora, con l'allegria dell'esperienza passata: «I problemi dello sviluppo di cui voi sociologi, storici ed economisti discutete, io li ho vissuti dal di dentro, sono stati la mia realtà spicciola sul posto di lavoro». L'operaio Olivetti, appunto. Operaio che guardava al futuro con una mano dietro la schiena a tenere ben saldo il passato. Ricorda un suo amico di tanti anni, Adolfo Boria d'Argentine, che con lui lavorò fin dal '48 al nascente Centro di prevenzione e difesa sociale: «Tra noi magistrati faceva un poco scandalo. Quando, attorno ai 60, al Csm par- • lavamo di giustizia come organizzazione, il suo consiglio veniva accolto male. Eppure, proprio grazie alle sue letture del futuro, si prevedeva che i tempi lunghi, troppo lunghi, della giustizia avrebbero fatto sì che nel nostro Paese non ci sarebbe più stata giustizia». E se Beria d'Argentine ricorda l'amico che scalava le montagne con Rasetti, l'uomo che lasciò 1 industria per trasformare con Pasquale Saraceno la Svimez in Cen- sis, Giuseppe De Rita, il segretario generale, suo figlio spirituale, dice: «Ebbe tre grandi vite: quella nella famiglia Levi, quella di grande ma nager, quella di chi si inventa d'andare in pensione per fare le cose che gli piacciono». Ricorda De Rita che, ancora il 16 dicembre, Martinoli era a Torino a presentare il suo libro: «Lì si vedeva la stanchezza, la perdita della curiosità e lì si capiva tutta la sua ultima fatica». Perché, appunto, per Martinoli, il Gino di U'ssico famigliare, la curiosità era tutto. Dice De Rita: «Aveva due forze: la memoria, da quella personale a quella classica, e l'interesse per il domani. Il presente? Un passaggio. Era un pessimista che sapeva cercare, trovare le speranze per gli altri». Dalle sue cime, dalle sue montagne, diceva: «lo sono un capo officina. Non ho mai letto Weber o Marx. Ho passato tutta la vita in officina. Quando il mio lavoro in fabbrica è finito, ho provato una grande stretta al cuore e la nostalgia delle macchine non mi è mai passata». Forse per questo l'ha trasferita alla macchina più complessa: capire come vivremo. Marco Neirotti Fratello della Ginzburg, cambiò il cognome per sfuggire alle leggi razziali • i Giuseppe De Rita; qui sotto, Adriano Olivetti; nella foto grande a destra Gino Martinoli Voleva emigrare in Argentina, ma diventò ingegnere Natalia Ginzburg: nel «Lessico famigliare», il fratello Martinoli è un garbato protagonista
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