Casalegno, la mia voglia di futuro di Guido Piovene

Casalegno, la mia voglia di futuro L'inedito. Dall'archivio di Piovene una lettera del vicedirettore della «Stampa» assassinato dalle Br Casalegno, la mia voglia di futuro «Amo il passato, ma lo sviluppo ci darà la giustizia» DALLE carte di Guido Piovene conservate alla Biblioteca civica bertoliana di Vicenza rimerge, dopo 25 anni, un importante inedito di Carlo Casalegno, una lettera che I coinvolge tre firme storiche della Stampa: oltre il giornalista, vice direttore del giornale, e lo scrittore vicentino, per anni illustre collaboratore, anche Guido Ceronetti. Al centro, un dibattito che insieme appassiona e divide i protagonisti, su un tema caldo allora e più caldo ancora oggi. La civiltà contemporanea è davvero al servizio dell'uomo? e sono giustificati i prezzi che ci fa pagare lo sviluppo in cambio dei benefici che ci assicura? Ceronetti aveva aperto la discussione il 17 dicembre '72, con un articolo intitolato «Il popolo dei ponti» dove lamentava che l'Italia fosse divenuta, da Paese agrario-industriale, Paese industriale-agrario, intossicato da un inutile, anzi nocivo progresso. Casalegno gli aveva risposto due giorni dopo nella sua rubrica «Il nostro Stato» con una nota critica, «Utopia e nostalgia», in cui accusava il suo collaboratore di «anarchismo arcadico». E Ceronetti gli aveva dato la replica il 24 gennaio con un secondo articolo dal titolo inequivocabile (fatto quasi certamente dallo stesso Casalegno, ma ben rispecchiante i contenuti): «L'inquinamento dono degli dei». Sulla tesi di Ceronetti, Casalegno aveva poi discusso a lungo con Piovene, cui lo legava una lunga amicizia, resa più viva da qualche divergenza di opinione. Come si deduce dalla lettera oggi ritrovata, Casalegno, professandosi conservatore, era per la civiltà moderna. Piovene, politicamente più spostato a sinistra, difendeva la società rurale. Ma il giornalista non doveva sentirsi appagato da quella semplice conversazione, e il giorno dopo mandò all'amico una lunga lettera, per motivare il proprio dissenso da lui. E' un testo di quattro pagine manoscritte, senza una correzione; letto, fino a oggi, dal solo privi legiato destinatario; illuminante per tutti. Ha trovato la lettera Sandro Gerbi, che sta lavorando a un libro sui carteggi di Piovene. E l'ha voluta dare al giornale su cui Casalegno ha scritto tutta la vita, per farla conoscere ai suoi lettori. Ig. e] y>j I 26 gennaio 1973 /] ' ARO Piovene, desidero I riprendere il discorso I i sull'articolo di Ceronet\*Iti, che abbiamo appena sfiorato questa mattina: è un argomento sul quale ho idee abbastanza confuse, ma al tempo stesso ostinate, e che mi sta molto a cuore (forse anche perché vado contro-corrente, e non pretendo di essere nel vero). Tu hai detto una frase che mi ha colpito: «Nessuno ama la civiltà contemporanea. Le cose più belle sono venute fuori da società rurali». Per un complesso di motivi - alcuni chiari, altri no - mi sembra di non poter condividere questo tuo doppio giudizio. Il nostro tempo, così drammatico, incerto, di crisi, per vari aspetti mi piace; e sono portato da un bisogno di giustizia (mi spiegherò meglio) ad apprezzare la civiltà moderna. Forse è paradossale questo mio giudizio positivo, perché sono pieno di nostalgie: vivo nel passato per legami fortissimi con l'infanzia, per un amore del vecchio Piemonte, per il gusto delle letture storiche, per una passione quasi cinquantennale delle memorie antiche. Eppure non mi riesce di rifiutare, o condannare, la civiltà, o la realtà, contemporanea. Per me è molto importante che lo «sviluppo» abbia quasi vinto la miseria, la fatica, il dolore fisico, l'abissale diseguaglianza tra ricchi e poveri. Almeno nei Paesi sviluppati, la carestia, la fame, la peste (in senso largo), il grigiore disperato della lotta per la sopravvivenza appartengono al passato. Gli uomini, e più le donne, faticano meno. La sofferenza fisica non è più la compagna quotidiana del vivere umano. Centinaia di milioni di persone hanno una ricchezza di possibilità, un tempo non sognabile neppure in fantasticherie da paradiso terrestre. L'età nostra ha visto delitti immani: Hitler, Stalin, due guerre mondiali, il Vietnam, la «bomba»... Eppure mi sembra meno crudele. Il patimento dei propri simili, almeno fuori del¬ le grandi tragedie collettive, non è più accettato come una pratica normale: i collegi d'un secolo fa, per esempio, non avevano abitudini «pedagogiche» molto diverse da quelle che oggi hanno portato in tribunale i dirigenti dei Celestini di Prato. Non pretendo certo che l'uomo sia più buono: la società non accetta più di vivere a viso aperto nella crudeltà. Esiste almeno uno sforzo, un impegno, una promessa di ri¬ durre le diseguaglianze. Centodieci anni fa esistevano la servitù della gleba in Russia, la schiavitù dei negri in America, l'orario di quattordici ore nelle filande europee, la tisi di massa tra le operaie e la pellagra come malattia sociale tra i contadini. La dieta d'un borghese medio conteneva almeno due volte più calorie che la dieta d'un «povero». L'analfabetismo è sceso dal 75-85 al 5 per cento. All'arbitrio del padrone delle ferriere son succedute le commissioni interne. La «società dei consumi» non è solo più prospera: mi sembra più giusta. Lo sviluppo ha un prezzo molto alto: l'inquinamento, l'uniformità, la minaccia ai monumenti del passato, la minaccia assai più grave alle culture originali dei popoli di colore, delle isole etniche, delle minoranze ecc.. E' un prezzo che non mi è indifferente: proprio perché sono mar¬ cio di nostalgie, rimpiango un milione di cose, anzitutto l'atmosfera del paese di mia madre nella Langa pastorale-contadina. Ma faccio molte riserve sulle previsioni apocalittiche, sui giudizi catastrofici. Non credo inevitabile l'auto-awelenamento: la tecnica può rimediare (se lo voghamo) ai guasti della tecnica. I monumenti possono (volendo) essere difesi. La «americanizzazione» del mondo sarà volgare, condurrà alla monotonia, ma ha i suoi vantaggi: i negri africani vivono meglio oggi, gli Usa hanno portato nelle isole del Pacifico anche il Ddt... Non credo neppure che, superata la lunga e grave crisi di trasformazione, il mondo sarà tutto eguale: il risveglio dei regionalismi, il gusto nuovo per i dialetti, la voglia di riconquista dell'«identità» locale mi paiono un buon segno; nei Superatati di domani ci sarà, forse, meno livellamento che negli Stati nazionali. Prevedo varianti regionali d'una civiltà comune: un po' come avveniva nell'impero romano. Il mondo contemporaneo produce cose brutte? Proprio io, che in letteratura son rimasto a Leo¬ pardi, in musica a Brahms, in pittura al Tiepolo, non mi sento di rispondere: sì. Personalmente una cappella romanica, un altare barocco, un castello crociato, una sala di Ca' Rezzonico, mi danno le sensazioni più esaltanti; ma non sono belli i «quadrifogli» di certe autostrade, lo slancio quasi astratto di certi grattacieli, la linea d'un jet, la carena d'un motoscafo da corsa? Attraverso storture, brutture, esperimenti, ricerche, avanguardismi che non capisco, non si arriverà ad una nuova e diversa bellezza? Non riesco a credere nella morte della poesia, dell'arte se non per un tempo breve di sonno, di smarrimento. La storia procede a tempi lunghi, anche se nel secolo XX la marcia sembra prodigiosamente (o disastrosamente) accelerata. Buon conservatore come sono, più vicino a Constant o Cavour che ai miei contemporanei, trovo esaltante l'età nostra. Stiamo misurandoci con problemi nuovi e straordinari, dalle imprese spaziali (personalmente, mi toccano meno d'una cavalcata nel Far West) alla nuova biologia, dalla necessità di convivere con l'atomica alla revisione di tutti i valori, di tutte le certezze. Il ri- fiuto, la fuga nell'«anarchismo arcadico» mi sembrano una risposta ancor più pericolosa dell'irrazionale fuga (altrettanto romantica e «antica») nell'anarchismo sovversivo: dire «no» guardando ai beni perduti mi sembra il modo più sicuro per perdere la difficile scommessa del nostro tempo. Se non capisco tante cose dell'età nostra, e preferisco rileggere Manzoni che leggere gli autori underground d'America, ho la confusa sensazione d'un travaglio tanto agitato quanto necessario; e mi sembra che sarebbe un peccato perderlo, pur seguendolo da spettatore. Saremo sconfitti, veri apprendisti stregoni, dal numero, dalla bomba, dai veleni della seconda rivoluzione industriale? Può anche darsi (non ci credo, in fondo). Saremo gli ultimi dinosauri, specie estinta d'un ciclo incominciato appena mezzo milione di anni fa, momento d'una catena di cicli che sfugge alla nostra conoscenza: ma l'antropocentrismo è morto da un pezzo, dobbiamo perdere le illusioni dell'importanza dell'animale uomo in un Universo dove ci sono stelle lontane diecimila anni-luce. Mi sembra interessante, comunque, vivere qualche istante di questo tramonto. Forse il mio è un discorso sconclusionato e contraddittorio, ma avevo tanta vogha di scriverti questi pensieri confusi. Cordialmente tuo Carlo Casalegno 1972, un confronto in pubblico e in privato sui benefici egli svantaggi del progresso Qui accanto Carlo Casalegno. In basso Guido Ceronetti e Guido Piovenepardi, in music Qui accanto Carlo Casalegno. In basso Guido Ceronetti e Guido Piovene

Luoghi citati: America, Italia, Piemonte, Prato, Russia, Usa, Vicenza, Vietnam