La verità e quale e qualche equivoco sui lavoratovi italiani in Germania
La verità e quale e qualche equivoco sui lavoratovi italiani in Germania FATICA UMANA E GUADAGNI NEL MONDO D'OGGI La verità e quale e qualche equivoco sui lavoratovi italiani in Germania Quello che dicono i nostri emigrati - Dodici ore di vanga non sono poche - E poi, aggiungono, si mangia male - In genere sono trattati con umanità e rispetto - Ma le ritenute incidono molto sul salario - Grosse promesse non mantenute dagli ingaggiatori che scendono nel nostro Paese (Nostro servigio particolare) Bonn, giugno. La verità sul contadini italiani emigrati in Germania ce l'ha raccontata con franchezza un bracciante di Lecce che lavora in un'azienda agri-cola prossima a Francoforte: «Al mio paese — dice 11 giovanotto — ero disoccupato e il governo mi passava quasi cinquecento lire al giorno per me, mia moglie e 1 due bambini. Qualche lavoretto non mi mancava mai e così si tirava avanti alla meno peggio. Adesso, in Germania, mi tocca sfacchinare dalle undici alle dodici ore al giorno, non faccio altri lavoretti e guadagno settecento lire. Non è stato un buon affare: meglio fare il disoccupato in Italia >. L'ex-disoccupato però non tornerà al suo paese < perché — dice accennando ai suoi i1 ] 111 : 11 j « 1 ; 13 » l11 r j 111 m r j f 1111 ! 11111 ! 11 i 1 ] [ mi ! 11 r > compagni che fanno cerchio — ormai ohe siamo fuori ci restiamo ». Continueranno l'avventura all'estero e qualcuno che durante la guerra era in marina si imbarcherà su un mercantile olandese. Quando partirono per la Germania questi contadini avevano le idee un po' confuse, credevano di dover lavorare di meno e guadagnare di più, arrotondando magari il salario con le ore straordinarie: « Ma chi se la sente — diceva un altro — a riprendere in mano la vanga dopo dodici ore? ». E poi — raccontavano i braccianti di altre azi-ende — in Germania si mangia male. Le patate bollite senz'olio e senza sale, la carne con la composta di mele, 1 salsicciotti e le fette di pane nero con la margarina non vanno giù. I guai peggiori cominciano quando i padroni si danno da fare per non offendere gli stomaci latini. Si è verificato 11 caso di un contadino calabrese rimpatriato perché il padrone, vedendo che rifiutava il cibo, gli aveva fatto preparare un piatto di maccheroni scotti conditi col miele e la marmellata. Non tutti i padroni naturalmente sono così magnanimi verso t loro contadini. Ci hanno raccontato di braccianti italiani messi a dormire con le bestie e sottoposti a razionale sfruttamento, con l'obbligo di lavorare anche la domenica senza retribuzione straordinaria. Sono casi che per fortuna non si danno spesso e anzi, svolgendo questa inchiesta sull'emigrazione italiana in Germania, possiamo dire di aver incontrato gente trattata con molta umanità e rispetto. Ohe possano accadere fatti spiacevoli lo sanno anche le nostre autorità consolari. Cosi, assegnando lavoratori italiani alle diverse aziende, il Consolato di Francoforte ha scartato parecchi agricoltori ohe non davano garanzie per un buon trattamento. Del resto, la « Lega dei contadini bavaresi» ha deplorato, in un comunicatostampa «che parte dei datori di lavoro non rispettino gli accordi contrattuali, provocando agitazioni e malcontento». Molto differente è la condizione degli operai, emigrati anche loro in Germania negli ultimi mesi. Si può dire in genere ohe non si lamentino troppo, anche se c'è una percentuale di imsoddisfat+i, molti dei quali hanno chiesto il rimpatrio. (Nell'Assia, quindici emigrati su cento sono tornati In Italia). I più si accontentano e bì adattano. Suppergiù 1 salari, rispetto all'Italia, sono gli stessi, ma chi lavora In Germania ha qualche vantaggio In meno per via delle ritenute più elevate e per la mancanza di assegni familiari. Dalla indagine condotta nella Renania, nella Westfalia e nell'Assia — e lo stesso può dirsi per gli altri Lander della Repubblica — ci risulta che le ritenute oscillano in genere fra il venti e 11 trenta per cento del salario (paga poche tasse o quasi niente soltanto chi ha diversi figli). Questa percentuale viene assorbita dalla ricchezza mobile e dalle assicurazioni sociali cui vanno ad aggiungersi, ma si tratta di poche centinaia di lire al mese, le tasse per i soccorsi alla città di BerlLno e per il mantenimento della Chiesa. Un operalo scapolo che lavora a Dormagen, nei dintorni di Colonia, ci ha mostrato la busta del salario: guadagna, così come gli era stato promesso, quasi diciottomila lire la settima¬ imiiiiiiiiiiiiiiMiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiu na, ma gliene restano in realtà poco più di tredici. Gli assegni familiari in Germania non esistono e c'è soltanto il Kindergeld, tremilaset. tecentocinquanta lire al mese per ogni.bambino a partire dal terzo. I primi due figli e tutte le altre persone a carico — moglie e genitori compresi — non hanno diritto ad assegni (soltanto i minatori e 1 cavatori di pietra ricevono 1650 lire al mese per il primo e il secondo bambino). Giorni fa, nella cava di basalto di Rossdorf, un paese prossimo a Darmstadt, gli operai italiani hanno cominciato a protestare per queste ed altre ragioni, aderendo anche a uno sciopero organizzato dai loro compagni tedeschi. Della faccenda, che ha fatto molto scalpore, hanno parlato 1 giornali e la radio. Di cinquantuno operai che lavoravano nella cava da un paio di mesi ventidue sono rientrati in Italia e a loro spese, avendogli il padrone rifiutato i soldi per il viaggio di ritorno. E anche gli altri avrebbero fatto presto fagotto se non fossero intervenute a sedare l'agitazione le autorità consolari italiane. Si lamentavano di molte cose i cavatori e dicevano fra l'altro che 11 padrone era andato ad ingaggiarli in Italia, nella provincia di Brescia, promettendogli salari all'americana, settanta ottanta mila lire al mese. In realtà le buste paga erano molto più leggere. In questa storia dei cavatori di Rossdorf, e cosi in altri casi, deve aver avuto parte considerevole l'equivoco. In difficoltà per scarsezza di mano d'opera, il dirigente dell'impresa- era andato a reclutar gente in Italia senza guardar troppo per il sottile. Per la troppa fretta non aveva badato, dice lui, a spiegare meglio le condizioni di lavoro: del resto, afferma, non conosceva quelle osservate in Italia. Sostengono invece gli operai che egli avesse lasciato credere a possibilità di grandi guadagni senza eccessiva fatica. Capita, e non di rado, che imprenditori tedeschi vadano personalmente in Italia a reclutar gente. La penuria di mano d'opera è in Germania un fenomeno allarmante che assumerà aspetti addirittura drammatici l'hanno prossimo, quando comincerà il servizio militare obbligatorio. Quelli che non vanno in Italia a scegliersi i loro uomini tempestano di richieste, telegrammi e telefonate i nostri consolati e gli uffici del lavoro tedeschi. Domandano anche perché la emigrazione in Germania, aperta dall'accordo di Roma del 20 dicembre scorso e teoricamente illimitata, non proceda più in fretta. « So bene anch'io che molti italiani preferiscono andare in Francia in Svizzera e in Belgio, richiamati da più vantaggiosi contratti e da condizioni d'ambiente, a differenza della Germania, molto simili a quelle che lasciano — ci diceva il direttore d'una fabbrica di mattoni a Heusenstamm dove lavora un gruppo di operai veneti. — Ma, perbacco: dove sono i vostri due milioni di disoccupati?». Perché l'emigrazione proceda più a rilento del previsto, ce lo spiega un giornale tedesco. La colpa, scrive il giornale, è soprattutto della burocrazia. Al Centro di selezione istituito a Milano per i lavoratori italiani che vanno In Germania, le pratiche vanno per le lunghe. Prima di accettare un operaio, i tedeschi vogliono « sapere tutto » sul suo conto, dalle condizioni di salute del nonno alla media del litri di vino che l'interessato si beve ogni mese, quando può. L'esame fisico, psichico e morale del candidato con abbondanti teste all'americana e voluminosi incartamenti, può durare settimane. ■ • O. 1.
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