Aglio e olio

Aglio e olio Aglio e olio Sempre col serio si mischia il ridicolo. Per esempio le difncol-: ù che incontrano e che vengón fatte ai lavoratori italiani in Inghilterra, cosi come in qualunque altrt) paese in cui si dian simili condizioni, sono una cosa moltu seria Non si tratta soltanto dei danni e degli inconvenienti ch'esse producono alla nazione in gnere ed a quei nostri connazionali enrgrati. Si tratta anche d'un fatto c d'una disposizione viziosa, che guastano e pervertono e rendono in effetti dannosa, se non intervenga una correzione, una fra le maggiori conquiste del moderno progresso sociale: in ogni caso, anche a non credere al progresso, una fra le più caratteristiche e feconde condizioni della società odierna. Sono le organizzazioni operaie, fondamentali in ogni nazione civile, e in Inghilterra tanto forti e sistemate, che, siano al governo o no, impongono allo Stato le loro direttive finanziarie e una struttura morale, non che giuridica, civile, non che economica, nuova di pianta. Di tale struttura, eminentemente uguagliatrice, non giudico. Bisognerà arrivare a vederne le virtù e gli effetti politici, colturali, civili: e sovente non basta, per arrivarci, una vita o più vite di uomo. Quel ch'è certo, e che se l'uguagliamento economico, là o dove che sia, si tradurrà in un adeguamento su livelli produttivi mediocri, sì per quantità e si per qualità, non pure ncll'econo mia ma sopra tutto in fatto di valori e produttività spirituali della politica, della coltura, del pensiero, delle scienze e delle arti, del costume stesso, allora, anche se si conseguirà un livello medio più alto, di tal media potrà compiacersi soltanto quel genere di filantropi che nascono dall'infiacchimento e infiacchimento producono. Ripeto che non mi arrogo di giudicare il fatto dell'odierna Inghilterra, preso in grande ed in complesso. Uno dei particolari piccoli, e dannosi, di esso, si scorge, e può essere esemplare in senso non buono, nel bisogno che la si sente di manodopera, per esempio nelle miniere di carbone, e in quell'avversione che le organizzazioni operaie dimostrano contro l'assunzione di manodopera straniera in genere, in particolare italiana. Essa è ispirata da una forma di gelosia salariale, professionale, nazionale, da un insieme di sentimenti e risentimenti essenzialmente inerti, pigri, timorosi, retrivi, che non solo rattrappiscono quell'economia come ogni altra che in qualunque forma vi soggiaccia, ma aggiungono difficoltà di malumori e d'ubbie, di cui non si sentirebbe davvero bisogno oggi in Europa, alle difficoltà politiche fra nazione e nazione. Il fatto è grave, sott'ogni rispetto, e'in varie forme si produce fra tutte: però, siccome non ha da mancare il ridicolo, ecco che proprio a quello striminzito contingente di minatori italiani in Inghilterra, si è sentito rimproverare di costituire niente di meno che un'insidia e un pericolo per la virtù delle mogli e sorelle e figlie dei minatori inglesi. Con un lombardismo che neppure le più zelanti purghe nell'uso fiorentino han potuto togliere dal testo dei Promessi Sposi, che l'ha popolarizzato e sancito letterariamente, queste si chiamano baggianate. Simile, l'altra accusa, saltata fuori di recente in Germania ma più o meno latente da tempo e in molte parti, contro la cucina all'olio: altra baggianata. Del resto, il disprezzo per certi cibi nazionali e per l'odore, non che delle altrui cucine, delle case e delle persone straniere, è universale e antichissimo. I popoli, l'uno agli altri, puzzano. Il fetore dei barbari era per i latini e greci, urto degli clementi più forti del timore e dell'avversione e dell'odio contro quelli. E gli esploratori d'Africa che si dispiacevano del forte sentor di rancido e di pigmenti epidermici negri, scoprivano che per costoro noi bianchi sentiam di cadavere. Sono esperienze da cui sarebbe bene ricavare una lezione di modestia e di tolleranza, non soltanto olfattiva, pure riflettendo che quelli che han fastidio in casa nostra del sentor di olio, non sanno in casa loro quanto sia poco gradevole per noi il sito di cavolo. E se a te non piace il fritto, a me non piacciono le castagne nel tacchino o nell'oca; e via seguitando, che si potrebbe durare un pezzo. E sono ridicolaggini di nessun conto, se rimangono nei modesti limn delle differenze di gusti e d'a dini, ma se uno si scandalizza o si sdegna, e in vece del naso arriccia l'umore, e teorizza, e s'inorgoglisce d'esse differenze, allora diventano goffaggini più gravi, e insieme più ridicole. Prendendo la faccenda per un altro verso, e passando l'Atlàntico, può ben essere per noi incresciosa la frequenza di nomi di origine nostrana nelle cronache delittuose delle « ganghe » criminali negli Stati Uniti; ma a chi ne desse la colpa a noi, bisognerebbe rispondere che non proviene da noi, ne dai « gangsters », la complessa condizione sociale che dà forza e impunità alle « ganghe ». E si può d'altronde riconoscere che noi pecchiamo per certa insistente e ostentata intraprendenza verso il bel sesso, o per una troppo tenera e smaccata predilezione per gli spaghetti e maccheroni, ma la cucina all'olio l'hanno da lasciar stare. Tutt'al più, a chi non piace non la venga a fiutare. Ma, per dir tutto, pesa su noi oggi una guerra improvvida, avventata, temeraria, e perduta; ma non mi pare che nessuna delle nazioni del cosiddetto occidente europeo possa vantarsi provvido . prudente, e vincitore in tal guerra. Ma risentimenti e ripic chi e antipatie e dispute di prr. mnziaffinroqusa« fefuststsclelescdlatirespmsctaprifascddtofrndismecstIpiboemndrbvcrtrcddndtlncgpfegzttsttgzts minenza, che fra nazione e nazione seguono e preparano inimicizie ed odii, e i loro scoppi, fanno affrettare col desiderio il giorno in cui non ci daremo più pensiero di difendere la cucina all'olio, quando non avremo più da pensare a cucine nè a cibi. O sapide « code di rospo » veneziane ai ferri, rombo dell'Adriatico su fuoco di legne romagnolo, « pesto » genovese, pollo dorato e costata fiorentina, carciofi romaneschi, candidi e teneri fritti napoletani, superbo pesce spada con le dolci cipolle siciliane, « bruschettà » redolente di pingue olio di fresca spremitura e di i'glio largito con mano liberale e non timida, vigoria d'olive verdi e nere miste coi capperi a condire spaghetti gagliardi e gaglioffi come il loro nome, « alla puttanesca » : son tutti sentori da risuscitare un morto, ma la noia dei puntigli e delle futilità di certe rivalità nazionali, è tanta che mi fa voglia, non che di non resuscitare un giorno, ma anzi d'andarmene un po' più presto del destinato. Allora, prima di cedere a tanto fastidio, è pur vero che di fronda d'olivo e di spighe di grano e di tralcio di vite s'inghirlandano, sulle coste e le colline e le isole e penisole mediterranee, i monumenti e i ruderi e i ricordi e gli echi e la gloria fulgente, anche dove sola superstite splenda, sole dei morti, delle umanità antiche in Grecia e in Etruria e in Italia e nel Lazio, e delle rinate provenzali e toscane e italiane ed iberiche, e fra i gentili arabi di occidente. Furono le albe argute e squillanti, i luminosi ed ardenti meriggi, le grandi sere calde, le notti sublimi nel silenzio stellato, di una forma, di un mondo spirituale da cui ogni altro, che abbia ricevuto per suo tramite la violenta rivelazione biblica e la caritatevole parola dei Vangeli, ripete e rinnova ispirazione e vita, e un fiore d'anima, che si può rinnegare e recidere, ma lascia cenere tetra, uno squallore lurido, essenzialmente brutto, d'una disperazione e d'un suicidio che non lucrano nemmeno pietà. Noi siamo troppo poco degni di quella fronda d'olivo e di quel tralcio di vite, e dell'alloro e della quercia, corone sfrondate sui nostri capi stanchi; ma resta ancor vero sempre che la forte fragranza dell'olio, il profumo del pane, il vigore del vino, e, senza falsi pudori, il sentore appetitoso e salubre dell'arguto aglio, rallegrarono il convito e la convivenza mediterranea, invadendo i portici filosofici e i tragici e comici teatri, e i fori e le piazze e le strade, e i palagi e le case, e i templi e le chiese delle città di terra e di mare, dove il nostro genere temprò di forza e dolcezza, di sapienza e fantasia, la mente e l'anima in cui bello e vero raggiavano di comune e reciproco lume, in un'ora dell'umano spirito unica, viva in ogni tempo e sopra e fuori del tempo. Non ci restasse pure altro che un ricordo, fossimo indegni anche di evocarla, quell'ora, ci rimarrebbe pure il motto del sapido Plauto e del suo povero schiavo, che nella sua misera pietanza all'aglio vede tutte le sue fortune, e dice: «Lasciamele finire in quest'fljr/fVrfo ». Riccardo Bacchetti iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiitiiiiiiiiitiiiiiitiiiitiiiiiiiti